Scrivo di getto questo post immaginando di avere davanti a me gli studenti e le studentesse della scuola, mi scuso, se a volte, alcune cose sono riportate a mo’ di appunti, in forma orale e non sempre in maniera sistematica.
Premessa
Vorrei analizzare alcuni fenomeni attuali per comprendere se quello che succede oggi abbia un rapporto con il passato, non solo nel senso di una continuità storica ma nel modo di pensare e di comportarsi delle persone.
Ciò che propongo è "un’analisi linguistica" (certamente non scolastica) e vedere dove questo ci porta.
Capire il linguaggio vuol dire entrare nel mondo del pensiero e delle rappresentazioni, comprendere quale è la nostra weltenshaung, la nostra visione del mondo. È anche interessante cercare di comprendere come si arriva a questa visione del mondo, perché si dicono certe cose, perché si usano determinate parole.
Il linguaggio e il pensiero sono più uniti di quanto qualcuno voglia farci credere .
Nella società di oggi, definita come la società della comunicazione, sembra, a volte, che il rapporto tra il linguaggio e il mondo si sia perso definitivamente – è evidente che bisognerebbe spiegare cosa è il mondo (i filosofi sono sempre portati a complicare le cose).
L’argomento
Era mia intenzione intervenire sulla giornata della memoria, sulla tragica vicenda dell’Olocausto, quando sono stato colpito dai disordini di Rosarno e della caccia al “negro” che si è scatenata, con l’allontanamento forzato dei lavoratori neri.
Ciò mi ha portato riflettere e cercare di comprendere se quello che è avvenuto nel passato, sia passato. Nel senso se può tornare o manifestarsi anche in forme diverse.
Non parlo di eventuali gruppi xenofobi e razzisti di varia estrazione politica, mi interessa comprendere, alcuni discorsi e atteggiamenti della gente qualunque, cioè di forme di ragionamento e di comportamento che a mio avviso sembrano diffondersi sempre di più.
Mi chiedo preoccupato, pensando ai fatti orribili del passato, se effettivamente dentro di noi esistono dei limiti tali da farci pensare che il “male” espresso abbia raggiunto ormai una soglia d’insopportabilità. È poi così vero che queste cose così orribili sono per noi insopportabili perché rappresentano il male assoluto?
Ma è possibile segnare una soglia di sopportabilità, esiste una soglia sopratutto morale della sopportabilità del “male”? Quali sono le barrire che noi, la società, il mondo civile mettiamo in atto? Come si evolvono i nostri comportamenti e i nostri convincimenti? Quali sono i messaggi che ci dà la nostra società? e come ci vengono dati?
Quante domande, forse troppe. Io cercherò di dare risposta solo ad alcune, accennerò sopratutto a delle problematiche. Forse non darò nessuna risposta. Pongo solo interrogativi (che mi preoccupano e angosciano in questo momento). Cerco solo di costruire discorsi e di “comprendere” quanto mi è possibile.
In un programma radiofonico “Prima pagina” trasmesso al mattino presto da Radio tre ho ascoltato questo frase pronunciato da un cittadino di Rosarno come commento ai fatti:
In effetti bisognava ucciderli tutti, siccome siamo civili gli abbiamo permesso di andarsene
Il tone della voce era sicuro e arrogante, con una inflessione a mo’ di sfida (nel senso: chi osa contraddirmi). La mia reazione in primo momento è stata di sbigottimento. Poi ho deciso di riflettere e cogliere da ciò che avevo sentito uno spunto per comprendere quello che stava accadendo e perché ero così amareggiato. Mi sono detto voglio analizzare questa frase cercando di capire cosa c’è dietro.
Attenzione la mia è un’operazione “filosofica”, più generale. Prendo in considerazione questo modo di dire non perché detto da quella persona calabrese. Ciò che in realtà mi colpisce è il fatto che si possa dire PUBBLICAMENTE una frase così PESANTE. Che senso ha tutto questo?
Purtroppo non è una opinione singola rappresenta una opinione più diffusa. Svela un modo più ampio di sentire e percepire le cose. Mi vengono alla mente alcuni episodi: il maltrattamento e l’uccisione dei barboni, la smobilitazione dei campi rom … Ormai ho l’impressione che queste cose accadano in un contesto di normalità e d’indifferenza generalizzata.
Veniamo alle questioni del linguaggio. In un mio post rispetto al dibattito politico-culturale ho notato come alcuni termini si siano trasformati ed invece di esprimere concetti importanti sono diventati delle caricature dell’avversario per darne un’immagine brutta. La caricatura accentua un difetto e tralascia tutto il resto. Ha lo scopo di rendere ridicolo l’avversario. Insomma non dà possibilità alla comprensione. Infatti una volta costruito uno schema definitorio, si innesca un meccanismo di riflesso condizionato per cui i discorsi automaticamente non fanno che ripetere quanto prodotto dallo schema. Questo succede nella maggiorparte dei talk show televisivi, su cui si basa anche la politica attuale. Chi partecipa ad un talk entra in un’arena mediatica e ripete i suoi schemi. Combatte nell’arena non per capire o farsi capire, ampliare gli orizzonti della propria conoscenza o comprensione. Si cercano solamente l’appoggi e gli applausi del pubblico giocando soprattutto sull’emotività. In definitiva non si connettono le cose tra loro, non si guarda alla complessità dei contesti. È lecito dire tutto dalle cose più banali alle cose più terribili.
Attenzione non sto dicendo che bisogna censurare. Sto dicendo che non c’è più riflessione (o che ce ne poca). Se si osserva più in generale sembra che la realtà sia diventata artificiale, simulativa, una realtà d’immagini, evanescente e cangiante, con sempre più difficoltà a tracciare i confini della verità delle cose?
Per anni ci siamo ripetuti lo slogan italiani brava gente: gli italiani sono accoglienti e antirazzisti. Addirittura in ambito storico si è cercato di disquisire sulle leggi razziali fasciste, cercando di fare dei distinguo rispetto a quelle hitleriane, perché gli italiani avevano uno spirito diverso dall’ideologia nazista, senza considerare però che gli effetti prodotti erano gli stessi.
I grandi problemi delle trasformazioni sociali nel dibattito politico culturale sono state abbandonati nella realtà a logiche spurie, in modo particolare quelli dell’immigrazione. Accentuando l’aspetto della paura si è incardinato il discorso quasi esclusivamente sull’ordine pubblico.
Lo sfruttamento, come è emerso a Rosarno, ma riguarda tantissime altre zone dell’Italia, è stato mascherato. Immersi in una nebbia per renderlo invisible (mi viene in mente il Nacht und Nebel di hitleriana memoria) [1]. Così si è mimetizzata la nuova schiavitù, come oramai sia i fatti di cronaca che gli studi sociologici attestano.
Attenzione, però, perché le due cose si tengono. Infatti se io creo paura, confinamento e nascondimento posso sfruttare paradossalmente più liberamente.
È una logica questa molto pratica, che fa comodo a chi con lo sfruttamento si fa i soldi e impone il suo potere territoriale. Se è vero ciò è anche vero, però, che questa logica per altri versi fa comodo anche al cittadino comune che indirettamente ne riceve i benefici. In più non deve confrontarsi con problemi culturali che mettono in crisi il proprio status e la propria autorappresentazione. Né tantomeno deve porsi problemi di carattere morale o religioso, o di tipo sociale, quali la redistribuzione del benessere. Né sui diritti, che sono concepiti come una sorta di privilegio e non appartenenti a tutta l’umanità, perché per parafrasare Kant il mondo è rotondo e tutti come esseri umani, abitiamo la stessa terra e prima o poi girandoci intorno ci incontriamo[2].
Insomma in modo più o meno palese o occulto vi sono in atto processi di confinamento, e di riproduzione di meccanismi di esclusione che richiamano processi di disumanizzazione che già in passato hanno avuto luogo.
Fermiamoci un po’ sulla questione dei diritti perché ritengo che le incertezze dei diritti umani sono la grande aporia (contraddizione) della cittadinanza moderna che si rivela drammaticamente attuale di fronte ad apolidi e migranti dei nostri giorni.
Hannah Arendt, una grande pensatrice del novecento, quale ebrea dovette fuggire dalla Germania nazista vivendo la condizione di apolide, da cui trasse riflessioni importanti riportate in alcune sue opere. All’epoca il fenomeno dell’apolidicità riguardava, in modo particolare, gli ebrei esiliati, i perseguitati politici e delle minoranze etniche. Già all’ora, con un tono di drammatica ironia, osservava come l’atteggiamento dei governi europei nei confronti degli apolidi altalenava ampiamente tra l’idealismo e la rimozione cioè “fra gli sforzi di sinceri idealisti che insistono tenacemente a considerare ‘inalienabili’ diritti umani in realtà goduti soltanto dai cittadini dei paesi più prosperi e civili, e la situazione degli individui privi di diritti, che è costantemente peggiorata, sino a fare del campo di internamento…la soluzione corrente del problema della residenza delle ‘displaced persons’[3]. Ad aggravare la situazione fu il venir meno del diritto d’asilo, che da sempre considerato il simbolo dei diritti umani nella sfera delle relazioni internazionali veniva ridotto alla stregua di un puro anacronismo. Secondo l’Arendt era nata una nuova specie di uomini che non avevano diritto ad essere chiamati uomini perché erano semplicemente considerati ”superflui”, “resti o rifiuti di umanità”. Erano uomini senza storia e senza mondo. E l’Arendet dice qualcosa di veramente forte: “l’unica patria che il mondo aveva da offrire all’apolide”[4] era paradossalmente il campo di internamento poiché i rimedi del rimpatrio e della naturalizzazione fallirono entrambi sia per la crescita tumultuosa dei profughi ad Est come ad Ovest che spiazzò i reticenti governi europei, non all’altezza del problema sia per la inadeguata e fuorviante legislazione dello stato nazionale. La conseguenza estrema fu che i governi sia quelli democratici che quelli totalitari demandarono l’intera faccenda alla polizia ”che venne autorizzata ad agire per conto proprio, a disporre direttamente delle persone…come un’autorità indipendente dal governo”.[5]
Ritorniamo ora alla nostra analisi linguistica, cioè riprendiamo quanto detto dal nostro cittadino calabrese a proposito dei fatti di Rosarno:
Prendiamo la prima parte: In effetti bisognava ucciderli tutti
L’espressione è pronunciata in modo impersonale. Mancano i soggetti in carne ed ossa. Non c’è, in primis, assunzione di responsabilità individuale. Si gioca all’interno di un si impersonale e nello stesso tempo affermativo di una realtà già data per scontata.
Ma la cosa più straordinaria è che non esistono gli altri. Gli altri, cioè i lavoratori neri, sono annullati nella loro singolarità. Evidentemente il processo di nientificazione si è compiuto: i neri sono solo forza lavoro, nel momento che non rispondono più alle logiche di sfruttamento (come le cose o gli strumenti), possono essere distrutti semplicemente.
C’è una conferma a questo nella seconda parte dell’affermazione: siccome siamo civili gli abbiamo permesso di andarsene
Torna come è evidente un vezzo antico, quello della superiorità di civiltà, anzi qui si traccia un confine ben preciso tra civile e incivile e lo si dà per assodato.
Riflettiamo un po’. Ora per considerarsi superiori bisogna confrontarsi con qualcuno. Se il confronto si pone sul piano della qualità umana, allora si stabilisce che il superiore ha una qualità diversa e migliore dall’inferiore. Cioè detti in altri termini si tracciano confini tra ciò che è più umano a ciò che è meno umano. Cerchiamo di capire l’aberrazione di questa logica e a quali conseguenze può portare. Si può giungere sino a considerare alcuni esseri umani, non più come uomini ma come cose (un vero e proprio processo di nullificazione). Cioè si può affermare che l’altro è un non uomo, cioè è un nulla, un non significante ... Quanto è ampio il passo per l’annientamento? Quanto è lontano il momento per cui dalle parole si passa ai fatti se pur non direttamente ma accettando ciò che accade nel si impersonale?
H. Arendt ha cercato di spiegarsi il perché del fenomeno nazista, come mai quello che è accaduto sia stato possibile nella cultura occidentale che ha saputo progredire e conquistare tanti diritti e proclamarsi come il faro dell’umanità. Ha cercato di capire indagando nel profondo per comprenderne anche i limiti. Certo gli esiti della sua analisi possono essere discussi, ma indagando il fenomeno nazista ci ha fatto comprendere una cosa importante: la fragilità della nostra condizione e i limiti del nostro modo di essere.
Quando il conformismo regna, cioè quando si è totalmente immersi acriticamente nel mondo che ci circondo, riducendo la nostra esistenza a parte di un qualcosa che ci avvolge totalmente, entro cui noi siamo solo un piccolo ingranaggio del buon funzionamento, si può correre il grande rischio che il male “assoluto”, può diventare invece molto banale perché entra nella banalità della nostra vita quotidiana, con la giustificazione che il mondo procede così.
Il resoconto della Arendt sul processo Eichmann fatto per il giornale Newyorker, nel quale utilizzo l’espressione “banalità del male” provocò non poche polemiche sul timore che producesse un effetto di banalizzazione del genocidio. La Arendt ha solo scrutato nell’uomo Eichmann: l’immagine che ne viene fuori è che il tenente colonnello delle SS (amministratore della macchina dello sterminio) risultava essere di una “terrificante normalità”, un semplice burocrate incapace di risposte che non fossero di tipo formale. Nessun tragico dubbio morale, il tutto rientrava nella routine dell’obbedienza ad ordini gerarchici. Un lavoro qualsiasi a cui bisogna semplicemente prestare attenzione. Eichmann, sottolinea l’Arendt, è un essere umano privo totalmente di autonomia di pensiero: egli non provava rimorso perché durante il nazionalsocialismo il male era la legge, e la legge non poteva essere violata. La “soluzione finale” non era per Eichmann che “un impiego con la sua routine, i suoi alti e i suoi bassi”. Dove sono finiti i confini morali? Nel conformismo la soglia morale può essere facilmente varcata, anzi scompare, annullata dagli impercettibili spostamenti in un divenire in cui passivamente e sempre più indifferentemente i processi di adeguamento e di condizionamento ci portano ad agire senza reazione, ridefinendo la nostra normalità:
“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale” (H. Arendt)
Per H. Arendt ciò che bisogna fare è non smettere di pensare, il pensare qualifica l’uomo e lo rende uomo. La dimensione del non pensiero qualifica il mondo delle cose. L’uomo ha una sua vita interiore e il pensiero lo apre alla possibilità dell’incontro con l’altro.
I lavoratori neri di Rosarno hanno reagito al loro sfruttamento perché sono uomini e come tali pensano e hanno una dignità umana inalienabile. Se sono uomini sono portatori a tutti gli effetti dei diritti umani.
Ecco le nuove frontiere che ci attendono per il futuro, quali nuovi orizzonti tracciare. Essi riguardano la capacità di costruire nuove relazioni per la convivenza umana, sapendo coniugare anche le differenze; come pensare i diritti umani in termini tali che possano riguardare veramente tutti.
Il diritto ad avere diritti - osserva l’Arendt - o il diritto di ogni individuo ad appartenere all’umanità dovrebbe essere garantito dall’umanità stessa. Che è poi il presupposto, per ogni individuo, dotato del potere di pensare e di parlare, del diritto alla relazione umana, del diritto all’opinione e all’azione politica.
Ecco, forse, le “rivolte” dei neri di Castelvolturno e Rosarno, effettuata da uomini disperati e vessati, significano anche la rottura di un comodo silenzio. Io sono con loro … e voi?
Ulrich
[1] Con l’espressione di "Nacht und Nebel" (col favore della notte e della nebbia) i nazisti, con la precisione ed il rigore che li ha caratterizzati fino alla fine, erano soliti registrare le loro operazioni nei lager. La radicalità delle misure intese a trattare gli uomini come se non fossero mai esistiti, facendoli sparire nel senso letterale della parola, non è spesso avvertita a prima vista, perché il sistema nazista, come anche quello staliniano, non è uniforme, ma consiste di una serie di categorie in virtù delle quali le persone sono trattate in modo diverso (v. Wikipedia)
[2] Kant nella Pace Perpetua scrive: “il diritto al possesso comune della superficie della terra, sulla quale, essendo sferica, gli uomini, non possono disperdersi all’infinito, ma devono da ultimo tollerarsi nel vicinato, nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro ad una porzione determinata della terra”. I. Kant, Per
[3] H. Arendt, Le Origini del Totalitarismo, tr.it. di A. Guadagnin, Milano, Edizioni di Comunità, 1996, p.388
[4] H. Arendt, Op.cit.., p.394.
[5] Ibidem, p.399.
