Di seguita il mio intervento fatto alla
presentazione del testo "Insight" del poeta Francesco Cosenza, Ermaion Editori. L'incontro si è tenuto presso il Polo Bibliotecario di Potenza insieme all'aurore e Roberto Maffione, sabato 20 marzo 2026.
Insight, sospesi tra un qui e un altrove come i treni nelle stazioni.
Ho sempre imbarazzo a partecipare alle presentazioni di libri di poesia; mi chiedo se sia necessario o no, se ne valga la pena. La paura che ho è che si possa sminuire il senso delle cose, in particolare della poesia. Soprattutto quando si chiamano i poeti a parlare della loro opera, mirendo conto di quanto possano essere in difficoltà: è complicato chiedere a un poeta di "tradurre in prosa" quello che ha scritto o proferito in versi. Mi sembrano quei poveri alunni che a scuola sono costretti a fare esercizi di parafrasi su delle poesie per ricavarne il senso, operando chiaramente un salto mortale per trasportare il significato dalla poesia alla narrazione.
In queste occasioni, in generale io mi sento fuori luogo. Sento il valore e "il peso" della poesia. Non sono un letterato, non ho strumenti critici e filologici per parlare di un poeta.
Insomma trovo difficoltà ad articolare un discorso su e intorno alla poesia. Se mi concedo a qualche presentazione è solo per una stima che poggia su un rapporto amicale, secondo quell'idea di amicizia che vede il frequentare persone "ottime", cioè capaci di aiutarti a esercitarti nelle virtù e nella conoscenza.
Mi scuso, quindi, se procederò in modo non canonico, concedendomi al "ricatto sentimentale" dell'amicizia e della stima. D'altronde avevo consigliato a Francesco di chiedere la presenza di un "letterato" professionista di un critico, che avrebbe colto sicuramente la profondità poetica, i rimandi e gli intrecci con il mondo della poesia.
Mi ha detto che preferiva un incontro tra amici, con una certa sensibilità a parlare "senza impegno".
Allora dico subito, un po' provocatoriamente, che la poesia di Francesco non ha un approccio facile. Se la si legge, si può avvertire un senso di vertigine per la "condensazione" delle cose che appaiono nei versi.
La cosa si fa ancora più spiazzante perché di fatto non c'è narrazione o, se vogliamo, vicenda, se può sembrare così appena ci si approccia, subito si scopre, che non è proprio vero e siamo presi da un sentimento di sconcerto.
Bisogna, invece "lasciarsi giocare" e "giocare" con ciò che ci è presente. Cosa voglio dire? Dico che il procedere nei versi non avviene per vie rette, ma per rimandi da una parte all'altra, come in un flipper in cui la pallina si muove per la forza dei tasti che la spingono di qua e di là, la cui traiettoria disegna percorsi inediti.
L'immagine è suggestiva e la vorrei approfondire partendo dall'ultimo libro "Nuvole sul divano". In un piccolo post sulla mia pagina Facebook mi sono soffermato su questi versi (con la voce segnerò alcune parole e alcuni versi):
Alfabeti capovolti
Una piega nell' aria
Volti schermi come polveri alle fermate di stazioni
sospese ad est tra polmoni e mani
lavate sul vento di fogli ordinati
studiati incastrati di treni nei nomi.
È solo una piega nell'aria di alfabeti capovolti
su una riga prima del mondo ieri
nella luce in fondo toccata dopo nata
dove nascono le storie.
(P. 33)
È, secondo me, un una poesia che sintetizza il modo di fare poesia di Francesco. Ne trovate il lessico fondamentale e vi sono implicate le modalità di espressione. I suoi versi prendono il via da una quotidianità che sporge verso un altrove "di nuvole sospese", fatto di ricordi, segni pittorici, note musicali, sequenze cinematografiche, che danno vita a costellazioni d'immagini e pensieri, luoghi ed emozioni, senza scindere corpo e mente, interiore ed esteriore.
Sono versi che interrogano: cosa fa la poesia - dicono- se non lavorare (essere) sul linguaggio? La poesia, nel capovolgere gli alfabeti (per svincolarli dalla ovvietà), dà vita a nomi che s'incastrano come i treni che attraversano incessantemente la vita, sostando in stazioni di attesa e partenza, di conosciuto e ignoto, d'incontri e addii. E il poeta opera come il pittore, o come il regista al momento del montaggio, nel dare un ritmo e un tempo e senza direzione univoca al verso poetico.
Ho pensato a come leggere e muoversi dentro le poesie di Francesco, seguendo quelle che sono alcuni riferimenti-indici presenti testo: la pittura, il cinema, la musica. Non soffermandomi in particolare sui contenuti in un primo approccio, cercando invece di spiegare come, secondo me, funziona il modo di Francesco di mettere insieme le parole nella costruzione dei versi.
O se volete mi sono costruito uno schema immaginativo per avvicinarmi ed entrare nei suoi versi, o come dicevo prima "giocare e lasciarsi giocare".
L'ho immaginato nelle vesti di un pittore o di un regista cinematografico difronte ad una moviola (almeno così si chiamavano una volta) a maneggiare immagini e suoni.
L'ho immaginato a fare collage o a montare pezzi di pellicola.
Perché il collage? Perché mi dà l'idea di quella "condensazione" di cui vi dicevo prima. In senso generale il collage è una tecnica artistica che consiste nell'incollare su una superficie diversi materiali (carta, giornali, fotografie, stoffe, oggetti) per creare una nuova composizione visiva.
Sottolineatura: ebbe molta importanza nelle avanguardie novecentesche, specialmente nel Surrealismo, dove gli artisti lo usarono per creare immagini sorprendenti e oniriche, accostando elementi che normalmente non starebbero insieme.
Sono il nome che parla con la luna
nel sole di un imbuto
nella corda allacciata al bosco del sono
nel lago dei venti sfiorati
macchiati su vetri danesi d'Islanda
(da Iceland p.15) – Magritte
Vado via non sono qui
torno nei gomitoli delle strade di Bristol
dove l'orologio si scioglie nella pioggia
piegando il suono dei frammenti
nel disordine liquido
di un colore poggiato sull'angolo
di una fragilità sospesa
tra il muro e lo specchio
(da Banksy p.14) - Dalì
Inoltre, come è facile constatare, le poesie di Francesco sono ricche di riferimenti e visioni - immagini cinematografiche. La qual cosa mi ha suggerito che un'altra modalità per parlare della sua poesia fosse il fare riferimento al montaggio cinematografico.
Il montaggio è "l'atto della creazione" del film: è attraverso esso che si dà il ritmo, si intrecciano le inquadrature, si creano le dimensioni temporali e gli innesti di azioni singole o multiple. Mi sembra che se leggiamo i versi con una certa libertà, si possa dire che Francesco privilegi in sostanza alcune forme di montaggio, (sempre secondo la mia immaginazione):
Il montaggio surrealista, che si distingue per la capacità di accostare scene in modo illogico o onirico per creare un effetto di straniamento e rivelare connessioni inaspettate dell'inconscio. Si pone come una sfida alla percezione della realtà per liberare lo spettatore dalle catene della logica.
Amélie
Insegnaci il sogno Amélie
le favole in danze sull'orlo di una tazza
che parla con il lato più alto del vetro.
Conta piano le fragole e metti in fila le corse
Racconta il mare addormentato
E svela il fiato di un bottone in un prato.
Corri accanto a noi, Amélie
sulla tela di Renoir
sui cucchiai delle nuvole girate come volti alle finestre
come tutti i piccoli momenti della gente
come una polaroid che porta la sera
come una candela
(p. 19)
L'arancione macchia i veli dei miti
nel disordine di tutti
nel sogno non corrisposto
in quel perimetro aperto
come un sorriso di foto
dove diversi ci vediamo uguali
e lontanissimi e fermi
in un tempo simile ad altri tempi
nostro forse, almeno quello
(da UN pallone p.23)
Non mancano risvolti alla Jean-Luc Godard, il cui il marchio di fabbrica è il Jump Cut (taglio a saltelli): taglia segmenti di pellicola all'interno della stessa inquadratura, creando un sussulto visivo e un ritmo nervoso. Inoltre, Godard disgiunge audio e video, trattando il suono come elemento indipendente.
Cammina in un sorriso un bambino
in piazza Castello
nel bianco e nero di un contorno sbiadito
un ricordo poggiato su un fondo
di un'Italia vetrina
che si affaccia e sa farlo
su questo asfalto che ferma
in punto il nero di un rosso
ed il suono di una farfalla
nella luce nascosta di un sorriso
( da 7 – sette p.25)
Versi belli. Iniziano con un sorriso per intraprendere un viaggio zigzagante nei ricordi sulle strade, tra colori alterni, e suoni inudibili, per poi tornare al sorriso, un viaggio circolare attraversando un vortice di immagini e suoni.
E poi Pasolini che propone inoltre il montaggio per analogia, accostando immagini per suggestioni poetiche e simboliche piuttosto che per logica narrativa.
Conosco stazioni
di velluto strofinato sui cieli di pareti contadine
nelle rughe del pane tagliato come il giorno e il volto
di altri specchi riflessi
In una penna cerchio e centro
dove camminano su orizzonti nonni
baciati nelle notti
Ti conosco terra
ma, noi, siamo fiumi fuori quadro
in altro strato
(da senza titolo p. 42.)
Per Pasolini il montaggio è un'operazione filosofica e sacrale nello stesso tempo. Nel saggio "Il cinema di poesia" (1965), sostiene che il montaggio compie sul materiale girato ciò che la morte compie sulla vita. Finché siamo vivi, la nostra esistenza è un "piano-sequenza" (un'inquadratura continua senza stacchi) infinito e potenzialmente insignificante perché non concluso. Solo con la morte la vita diventa "fissa" e acquista senso.
Sembra che mi sia voluto soffermare solo sulla "forma", ma credo che anche le modalità di scrittura contribuiscano a definire il senso di ciò che si dice in un intreccio inestricabile.
La poesia di Francesco disegna, o meglio proietta, un mondo pieno di sfumature, di ricordi sensoriali e visioni fantastiche catturate nell'aria e nelle polveri del tempo. È il tentativo di dar forma a un vissuto che sfugge perché immerso nell'indeterminatezza.
La poesia è il tentativo di "piegare" le parole su righe di scritture impossibili, come il gioco di un tessitore di trame inconcluse, continuamente ritessute, tagliate e ricucite come la tela di Penelope. È il tentativo di essere nel linguaggio di un io che si aggrappa a frammenti di sensi, di esistenze di mondi, cioè di parole.
Non sono io i giornali, i parolai, i bottegai
Non sono io le pagine piene di io
Le persone senza persone
Sul mondo del volto
Non sono io la voce che parla di me
La giostra delle spalle che gira il vento dei passi
(da Non sono io, p.16)
È un andirivieni di memorie occasionali che danno espressione a un io che si frantuma nel corpo, nella visione del mondo e nell'anima. Un continuo tentativo di raccogliere ciò che affiora alla mente dal profondo di sé stessi, con il gesto poetico di afferrare le parole per ricombinarle in approssimazioni di sensi, di verità e di desideri.
Ho perso la password
nel linguaggio circolare
di un'azione elementare
ho perso dentro
la voglia di essere un numero universale
nel volto di una sigaretta che distende
come un ponte all'orizzonte e confonde
il pensare e l'andare
con la giacca incastrata
nel teatro liquido del mondo.
(da Password, p.28)
Insegno l'ascolto nel cuore dei segni
Il toccarmi le mani binari,
nei geli dei silenzi di fronte,
nei vuoti di ogni altro noi.
(da Heart Number Two, p29)
Se per Pasolini il montaggio può dare una certa definitezza al "piano-sequenza" della vita, in Francesco non esiste un montaggio che non sia un ripartire da un altro angolo per ritrovarsi qui, là o, meglio, in un "dove" che ha sempre necessità di una ripartenza e di una parola poetica.
Chiudo con alcuni versi da filastrocca, dall'aria giocosa, che sono la sintesi perfetta di quanto ho cercato di dirvi fin qui.
Libro di fiumi di venti
sfogliati negli incastri
libro di parole forse di versi
baci dati e viceversa
carte, mappe, radiografie, dibattiti, luci di mattini,
matti e giardini.
Foglio ultimo chiudo il giro
riapre come un cinema il mio sipario
Il cammino.
(da senza titolo, p.45)
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